Dall'album in genovese "Creuza de mä" (1984), uno dei più importanti e rivoluzionari, in ogni senso, di Fabrizio de André."Sidùn" è la città di Sidone (arabo: ﺼﺎﻴﺪﺍ, Ṣāīdā) in Libano, teatro di ripetuti massacri durante la guerra civile che sconvolse il Libano (campo di battaglia di Siria e Israele) dal 13 aprile 1975 fino al 1991. A farne le spese fu naturalmente in massima parte la popolazione civile.
Ci si può trovare anche di fronte alla tragedia, magari di fronte alla tragedia altrui, anche se condivisa in quanto fratelli o figli della stessa cultura. E' il caso di Sidone, Sidùn in genovese. Sidone la città libanese che ci ha regalato oltre che l'uso delle lettere dell'alfabeto anche l'invenzione del vetro, me la sono immaginata, dopo l'attacco subito dalle truppe del generale Sharon nell'estate del 1982, come un uomo arabo di mezz'età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. Un grumo di sangue, orecchie e denti di latte; e ancora poco prima labbra grasse al sole, tumore dolce e benigno di sua madre, forse sua unica e insostituibile ricchezza. La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo, bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese, il Libano. La Fenicia che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea.
Fabrizio De André
SIDONE
Il mio bambino il mio
il mio
labbra grasse al sole
di miele di miele
tumore dolce benigno
di tua madre
spremuto nell'afa umida
dell'estate dell'estate
e ora grumo di sangue orecchie
e denti di latte
e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
con la schiuma alla bocca
cacciatori di agnelli
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico
non gli ha spento la voglia
e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l'eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.
Il mio bambino il mio
il mio
labbra grasse al sole
di miele di miele
tumore dolce benigno
di tua madre
spremuto nell'afa umida
dell'estate dell'estate
e ora grumo di sangue orecchie
e denti di latte
e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
con la schiuma alla bocca
cacciatori di agnelli
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico
non gli ha spento la voglia
e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l'eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.


































